Uğur Kurt è stato ammazzato dalla polizia mentre andava a un funerale

Vai a un funerale e muori ammazzato. No, non è la trama di qualche film di serie B o dell’ennesimo delitto di mafia. È successo ieri in Turchia, a Istanbul, e i responsabili di quest’omicidio sono le forze dell’ordine. Meglio, le forse dell’ordine. “Forse”, perché com’è possibile che la polizia possa sparare con dei proiettili – questa volta veri, non di plastica – a qualcuno che è andato a un funerale? Posto che la polizia possa sparare in altri contesti, non voglio divagare.

Non voglio e non devo divagare perché ieri Uğur Kurt è morto. Uğur era andato al funerale della mamma di un suo amico e, ironia della sorte, è morto. Morto come Berkin Elvan, quel ragazzino che era andato a comprare il pane e a casa non è più tornato. Sia Uğur sia Berkin non hanno partecipato alle proteste eppure sono morti uguali. Chiamarla tragica fatalità non rende bene il senso delle cose, e poi: chi l’ha detto che chi partecipa attivamente a una manifestazione deve morire?

La manifestazione a cui NON partecipava Uğur era proprio per Berkin; per Berkin e per le 301 vittime della miniera di Soma. A Okmeydani, un quartiere di Istanbul, degli studenti – al massimo 15 – si erano organizzati ed erano scesi per le strade. Uğur, invece, andava al funerale della mamma del suo amico. Eppure una pallottola vagante l’ha beccato in pieno. Bingo. E fine dei giochi.

Il quotidiano Zaman ha riportato subito la morte, ma non è stato così. C’è voluta tutta una giornata di dolore per strappare Uğur dalla vita e dall’affetto dei suoi cari, lascia moglie e tre bambini. A Soma sono invece 432 orfani per 301 minatori morti, tanto per rincarare la dose.

Un gruppo di studenti attaccato con brutalità dalla polizia, a cosa vi fa pensare? A me a Gezi Park. Siamo a meno di una settimana dall’anniversario e sembra che gli animi si stiano surriscaldando. Anche se, notizia da confermare, pare che la polizia a Okmeydani sia stata attaccata da una molotov.

Notizia certa, che nessun media potrà cambiare, è che Uğur stava andando a un funerale ed era in un cemevi, luogo dove si riunisce la minoranza alevita. La sua colpa è stata quella di trovarsi nel posto giusto ma al momento sbagliato. A nulla è valsa la corsa in ospedale, l’operazione e l’arresto dell’emorragia celebrale. È morto, come ha annunciato via twitter il governatore di Istanbul Huseyin Avni Mutlu. Il governatore ha aggiunto che si sarà un’indagine; ma suona bizzarro come ieri, per almeno dieci ore, nessun funzionario governativo si sia presentato sulla scena del delitto. Per tutta la giornata di ieri, a Okmeydani, per le strade si è combattuta una guerra tra la polizia e i manifestanti, violenti e non. Sei agenti e due persone sono feriti gravi, uno dei due civili è in coma.

 

Bulent Arinc, numero due dell’Akp (partito giustizia e sviluppo, al governo), ha condannato il gesto e ha detto: “Se un cittadino innocente è stato ammazzato da una pallottola di un poliziotto, il poliziotto deve andare al tribunale ed essere punito secondo la legge.”

Speriamo. Speriamo che il tribunale metta giustizia. Giustizia per Uğur, per Berkin, per i minatori e per tutte le altre vittime che ci sono in questo paese, in tutti i paesi. Ma visto che aspettare è lunga ognuno di noi si deve impegnare fin da subito per un mondo migliore. Io ci credo, sennò non starei da un anno sulle barricate per raccontare quel che succede. E che si viva in Turchia o altrove non è importante, davvero. Cambiare si può, si deve, ma un click su quest’ articolo non basta.

Luca Tincalla

Luca Tincalla è un reporter e vive in Turchia. Autore di “Testimone a Gezi Park”, testo sulla rivolta turca che nessun editore ha voluto pubblicare.
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