Un curdo ad #OccupyGezi

Vi avevamo già scritto della componente curda che era molto presente a piazza Taksim, nelle proteste ovunque e anche negli scontri, di testimonianze ve ne sono molte: basti vedere le bandiere gialle del BDP (partito curdo) oppure l’azione di un deputato dello stesso partito, Sırrı Süreyya Önder che per bloccare un veicolo che stava devastando il parco Gezi è dovuto andare all’ospedale.

Dopo ciò, un giornale turco ha intervistato lo stesso deputato e grazie a una traduzione di Merih Akman autrice del sito BroadcasTurkey vi riportiamo alcuni stralci.

Alla domanda sul perrché il governo non ha voluto che facesse parte della delegazione che venerdì scorso è andata a visitare Öcalan lui risponde che “probabilmente la resistenza del Gezi Park ha destabilizzato il governo. Io ho la consapevolezza della sicurezza. In questo processo il governo mi ha dato l’affido di Imrali, PKK e KCK, e io mi sono comportato sempre secondo questa consapevolezza della responsabilità e della sicurezza. Questo lavoro era oltre un andrivieni. Ho avuto discussioni in prima persona con Ocalan (il quale ha reagito in maniera molto forte dice poi il deputato dopo la sua rimozione, ndr), con gli attori del PKK e del KCK, e con il governo. Una presa di posizione molto chiara sul processo di pace. Mi sono comportato considerando la vita umana sacra. Quindi sono abbastanza tranquillo. Il mio comportamento riguardo la procedura di pace è molto palese. Credo ci siano poche persone sulla faccia della terra che la vogliano quanto me, sforzandosi per avere un contributo. Dovunque vada questo processo, il mio contributo e il mio comportamento non cambierà. Non c’è bisogno di essere nella delegazione per dare un contributo.

La domanda è poi quella secondo cui il governo è dell’idea che ognuno che chi fa parte dello stesso debba essere in sincronia con esso in qualsiasi caso.

Durante il procedimento non mi è arrivato ne da PKK ne da Ocalan nessuna predica chiedendomi di essere l’uomo di uno dei due. Non è il caso di essere l’uomo di qualcuno; chi lo vorrebbe essere non può avere un contributo nel processo. I diritti, le libertà e la procedura di pace non sono cose che si possono posizionare uno contro l’altro. Al contrario, il popolo Curdo richiese una politica democratica e una costituzione adatta a questo, per terminare la resistenza armata. E l’hanno voluto per tutti. In questo senso, ciò che stiamo vivendo danneggia il procedimento. Contrapporre la resistenza di Gezi alla pace danneggia il procedimento. Scegliere di restringere il campo di libertà invece di allargarlo crea sospetto. Il comportamento del “decido io” invece di condividere va contro la testa dei curdi, anche. E’ fastidioso e frivolezza.

“Ha detto che contrapporre la resistenza di Gezi alla pace danneggia il processo, mentre i ministri di BDP hanno preferito rimanere un po’ silenziosi, nascondendo quasi la loro opinione. Perché?” ha chiesto il giornalista.

In realtà l’atteggiamento del nostro partito e dei ministri è molto netto, però c’è anche una precauzione notevole. Perché il popolo curdo e il movimento politico di esso già nel passato è stato calunniato del tipo “avete rovinato voi la procedura di pace”. Il desiderio paziente e deciso di non essere più il l’interlocutore di calunnie del genere può aver ostacolato una dimostrazione di un posizionamento a voce più alta e partecipazione attiva. Bisogna essere comprensivi per questo. Quando si tratta di casi umani che finiscono con la morte, i curdi si trovano sensibili riguardo la mal comprensione di ciò che potrebbero esprimere. Non solo riguardo questo ma molti campi della vita. Comprendo benissimo questa preoccupazione ma anche questo potrebbe evolvere in un punto che possa servire nel percorso verso la pace, in cerca di diritti con una certa intelligenza politica e una linea stabile/forte politica. Anzi, vado oltre il mio limite e dico questo: sarà la volontà apparsa a Gezi Parki che porterà la pace.

“La cosa peggiore che si possa fare a questi ragazzi è codificarli come Kemalisti”

Questa volontà è veramente una di quelle che può rendere possibile la pace. Nessuno dovrebbe sottovalutarlo, e nessuno dovrebbe provare a dividerlo dicendo “I primi 3 giorni erano buoni ma gli ultimi 5 no”. Tutto questo fa parte della realtà di questo paese. Le persone che convivono, dovrebbero convivere anche durante le procedure di decisione. Io al contrario di tutti penso che la pace sia ancora più probabile adesso. Ne ho discusso tanto con la nuova generazione di rivoluzionari al Gezi Park, e ho passato i giorni più belli della mia vita. Anche se mi faceva rimanere un po’ male il fatto che mi chiamavano zio, nonnino, (cioè facendogli capire che è un vecchietto, ndt) questi ragazzi ci forniscono una reazione molto diversa di quella a cui ci siamo abituati; quando si tratta della situazione curda. “C’è un altro popolo e noi gli ostacoliamo di parlare nella loro lingua materna, questa è follia!” dicono. Quando togliamo i vestiti alla situazione è questo che rimane, semplicemente.

Questi ragazzi, questa comprensione è tale da poter spostare/togliere tutta la repressione che subisce il popolo curdo. Per questo motivo, la cosa peggiore che si possa fare a questi ragazzi è codificarli come kemalisti, perché non lo sono proprio. Neanche Atatürk in sè era Kemalista.

Però ce ne erano molti che si definivano Kemalisti, dice il giornalista, chiamandosi “I soldati di Kemal”.

Atatürk in se non era Kemalista. Il kemalismo è un progetto finto e inventato, dove vengono esportati tutti i disagi. Nessun idea può sopportare cosi tanto peso. Il significato che i Kemalisti stanno attribuendo al Kemalismo sta per far spaccare il suo volume a metà. Però se parliamo del Kemalismo come metodo, in piazza c’è un unico Kemalista, ed è AKP. Io li valuto come neo-kemalisti. Si sono dedicati ad una ingegneria di popolo oltre i loro limiti, come fece il Kemalismo.

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