Un incidente-attentato a piazza Tienanmen: la Cina censura e poi arresta tra gli Uiguri

Una jeep 4×4 ha investito a tutta velocità la folla per poi schiantarsi in fiamme lunedì a Pechino, proprio davanti all’ingresso della Città Proibita. 5 morti e 38 feriti, per due giorni il regime cinese insabbia la notizia, poi si scaglia contro la minoranza musulmana uigura.

Da due giorni la stampa internazionale si sta interrogando su quest’incidente che per le caratteristiche, per il luogo in cui è avvenuto e per le circostanze ha in realtà le sembianze di un attentato diretto al cuore del potere cinese.

Il veicolo avrebbe prima percorso ad altissima velocità l’area pedonale della piazza, ogni giorno piena zeppa di turisti e di forze dell’ordine, per poi scaraventarsi contro le barriere antistanti l’ingresso della Città Proibita e finire in fiamme proprio sotto l’imponente ritratto del fondatore della Repubblica Popolare Cinese, Mao Zedong. A perdere la vita sono stati sia le tre persone a bordo del veicolo, sia due malcapitati turisti, identificati dalla polizia come una donna delle Filippine ed un uomo del Guangdong (provincia della costa meridionale del Paese), riporta il quotidiano di Hong Kong South China Morning Post.

Anche il teatro dell’episodio potrebbe non essere casuale. Piazza Tienanmen è infatti il luogo simbolo della protesta della primavera 1989 (qui una cronologia con foto della Bbc), le cui immagini dello “sconosciuto rivoltoso” (a lato) che inerme sfida i carri armati sono rimaste indelebili nell’immaginario collettivo contemporaneo. Il tutto è poi avvenuto intorno alle 12, ora di punta e di affollamento nella piazza, e a pochi giorni dalla tanto attesa Terza Sessione Plenaria del 18° Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese. Un appuntamento di fondamentale importanza, in cui l’establishment guidato dal presidente Xi Jinping potrebbe varare importanti riforme, in particolare sul sistema di registrazione familiare, sulle migrazioni interne e sulle aziende di Stato (come approfondimento si consiglia questo articolo di AGIChina24).

Nessuna comunicazione ufficiale sull’accaduto, anzi, il regime di Pechino in una procedura a cui ormai ci ha abituati da tempo ha attivato la sua spietata macchina della censura, imponendo il più stretto riserbo, impedendo la pubblicazione di articoli e cancellando tutti i riferimenti potenzialmente “pericolosi” dai social network. Prontamente, sia su twitter che sulla popolare piattaforma Sina Weibo (l’omologo cinese per chi “cinguetta”) erano stati pubblicati post “sensibili” sull’accaduto, subito fatti eliminare, come spiega un lancio dell’Agence France Presse (AFP). Alcuni parlavano di testimonianze di “esplosione”, altri di attentato suicida attribuile a ribelli del Tibet, non nuovi a forme di protesta legate all’autoimmolazione.

Solo mercoledì mattina arriva, attraverso la tv di Stato CCTV, la breve versione dell’apparato della Repubblica Popolare: si tratta di un “attacco terroristico” la cui paternità è stata attribuita a non meglio identificati membri del gruppo etnico degli Uiguri, una minoranza musulmana e turcofona che abita il territorio nord-occidentale dello Xinjiang. Sono stati arrestati cinque sospetti, e sono partite le indagini nella regione autonoma interessata ed anche nella capitale, con un controllo a tappeto su tutte le auto recanti la targa dello Xinjiang. Membri in esilio della comunità, da tempo in lotta per l’indipendenza contro il regime di Pechino che non vuole mollarla visti gli ingenti giacimenti di petrolio e gas naturale in gioco, accusano il regime di aver messo in moto, con queste accuse, un’ennesima azione di propaganda contro la minoranza ed il movimento indipendentista.

 

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