Un sindacato degli imam: l’idea algerina per arrestare il salafismo

Il Nord Africa ed il Sahel stanno vedendo rinvigorirsi, già dai primi momenti post-rivolte arabe e soprattutto in questi ultimi mesi, movimenti e partiti che si rifanno alla corrente salafita dell’islam politico. Un fenomeno in sé molto complesso, un’etichetta sotto la quale vengono racchiusi, spesso superficialmente, sia gruppi violenti che spingono alle estreme conseguenze un’interpretazione rigida e letteralista delle scritture, che movimenti sì radicali, ma non armati.

Sono considerati salafiti, ad esempio, sia Al-Nur (“la luce”), attuale secondo partito egiziano, che il tunisino Jabhat al-Islah (“fronte della riforma”), che Al-Qaeda. Volendo seguire una certa interpretazione (non più in voga), anche i Fratelli Musulmani potrebbero rientrare in questa tendenza. La questione fa dibattere da sempre esperti e meno esperti, e per avere qualche riferimento in merito vi consigliamo una lettura del chiaro articolo de L’Indro “Chi sono i salafiti?” che intervista lo studioso di islam politico Pietro Longo, ed anche il saggio del prof. Lo Jacono, islamista, sui “cosiddetti fondamentalismi islamici”.

Sta di fatto che l’Algeria in particolare guarda con apprensione al rafforzamento di tali movimenti, essendo stata la terra, ad esempio, del Gruppo Salafita per la Predicazione e Combattimento che tante vittime ha causato durante la “guerra contro i civili” che ha sconvolto il Paese per tutti gli anni Novanta. Da questo stesso gruppo armato proviene l’attuale formazione jihadista Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), protagonista del conflitto nel nord del confinante Mali ed affiliata all’organizzazione che fu di Osama Bin Laden.

L’ultima proposta per fronteggiare questa forte diffusione delle idee salafite, che si fa pressante nel centro dell’Algeria ed in particolare nella regione berbera della Cabilia che tradizionalmente rivendica maggiore autonomia politica dal centralismo arabo di Algeri, viene dal Ministro degli Affari Religiosi Bouabdallah Ghlamallah. Quest’ultimo ha acconsentito, con il beneplacito del presidente “eterno” del Paese Abdelaziz Bouteflika (in carica ininterrottamente dalla fine della guerra nel 1999, in un Paese di dubbia democrazia e lacerato dai conflitti interni), alla formazione di un sindacato degli imam.

Un ente, cioè, che regola le questioni sociali, professionali e dottrinali di chi guida le preghiere nelle moschee e di chi sovrintende alle questioni religiose, e che perciò costituisca un freno ed un controllo rispetto alla diffusione di idee radicali attraverso i sermoni (khutba) del venerdì. La Coordination Nationale des Imams (CNI), per quanto insolita, è stata ufficialmente costituita domenica 17 marzo e rientra nell’ombrello dell’ UGTA (Unione Generale dei Lavoratori Algerini), l’unico sindacato ufficialmente riconosciuto dalla Repubblica.

Va detto che prima di questo riconoscimento ufficiale erano già sorti due sindacati degli imam, che da anni si lamentano per i loro bassi salari (si tratta formalmente di “funzionari statali” gestiti appunto dal Ministero degli Affari Religiosi) e le scarse tutele lavorative. Tuttavia di questi due uno di essi non è stato autorizzato dalle autorità in quanto giudicato troppo radicale, mentre l’altro è stato tollerato ma non investito ufficialmente dallo Stato. L’organizzazione fondata domenica è invece formalmente accreditata dalla Repubblica, è inquadrata nel sindacato di Stato e si impegna ad avere come linee guida il riferimento alla nazione, un islam «maghrebino» e la «moderazione».

Le reazioni a questa mossa sono contrastanti. Mentre c’è chi plaude all’iniziativa, reputata un mezzo efficace per placare gli estremismi che secondo alcuni possono nascere dalle moschee, molti cittadini la vedono semplicemente come un’ulteriore estensione del controllo invasivo dello Stato algerino sulla popolazione e sui fedeli. Una modalità, magari, per tenere a bada non solo i musulmani più radicali ma anche chi è in disaccordo con le politiche del “regime”.

Da considerare è anche il fatto che questa mossa potrebbe avere ripercussioni anche sull’islam europeo, in particolare quello francese. Più volte sia il governo francese che quello algerino si sono espressi sulla possibilità di inviare imam «formati e qualificati» dall’Algeria ai luoghi di culto transalpini (qui l’articolo del Nouvel Observateur), segno della volontà di limitare l’inquadramento da parte di movimenti non dipendenti dagli Stati a maggioranza musulmana, anche nei confronti dei musulmani europei. Il ministro degli interni francese Manuel Valls (che in generale non ha molta simpatia per l’islam) ha poi indicato in gennaio la sua volontà di espellere dalla Francia gli imam considerati radicali (qui l’agenzia Ansamed). In vista, quindi, un tentativo di rivincita dell’ islam «di Stato» verso quello dei movimenti, salafiti o meno.

 

Ulteriori notizie sulla formazione del CNI su Algérie1, Le Courrier de l’Atlas e Al-Monitor.

 

Bookmark the permalink.