Una chiave giuridica sul tema dell’acqua italiana: intervista a Carlo Iannello

Lorenzo Giroffi

Girovagando nella questione “acqua italiana”, nella sua gestione, nei meccanismi post-referendum e nelle singole realtà locali, con First Line Press abbiamo avuto la possibilità di toccare aspetti emotivi, economici ed istituzionali del tema. Dalla lettura del libro “Il diritto all’acqua. L’appartenenza collettiva della risorsa idrica” di Carlo Iannello, prendiamo spunto per affacciarci anche su ali giuridiche. Il libro è una lunga dissertazione sul diritto universale all’approvvigionamento e la storia delle comunità intorno a questa normatizzazione. L’intervista che segue è invece una veloce ricognizione sui cambiamenti giuridici in merito alla risorsa idrica in Italia.

Carlo Iannello è professore di diritto dell’ambiente e diritto pubblico presso la Seconda Università di Napoli, professore invitato presso l’università di Paris 2 Panthéon Assas, nonché parte della Giunta Comunale di Napoli, guidata da Luigi De Magistris, da cui è importante partire proprio per la trasformazione dell’azienda del servizio idrico integrato, da società per azioni ad ente di diritto pubblico.

Nel Suo libro si rintraccia il bene acqua come un diritto da raggiungere, perché, seppur di libertà, non è indotto, ma nuovo. L’Italia contemporanea in che situazione è in merito a questo diritto?

<<Questo è un campo molto vago, perché l’affermazione di un diritto all’acqua, ovvero l’enucleazione di una base costituzionale su cui questo diritto si può ancorare, non è che renda direttamente azionabile, di fronte ai giudici, questa pretesa da parte dei cittadini che chiedono tale prestazione. Col mio libro cerco di comprendere che senso abbia la qualifica demaniale dell’acqua, perché dalla legge 36 del 1994 in avanti le acque sono diventate di carattere appunto demaniale, mentre dal Codice Civile del 1865, passando per la legge sui lavori pubblici dello stesso 1865, fino ad arrivare alle leggi dei primi decenni del ‘900, le acque erano considerate pubbliche a seconda della loro idoneità a soddisfare i pubblici interessi. Ciò significava che c’era una parte di acque che residuava e che quindi potevano essere classificate come private. Nel 1994 la situazione cambia perché il legislatore stabilisce che tutte le acque sono pubbliche ancor che non estratte dal suolo, quindi non è più possibile da quell’anno effettuare una distinzione tra acque pubbliche ed acque private, visto che tutte appartengono al demanio. Bisogna tuttavia fissare bene il concetto che la risorsa idrica appartiene a tutta la collettività perché la collettività non può esistere senza di essa>>.

Cosa è cambiato giuridicamente a seguito del referendum del giugno 2011?

<< Non solo è stata abrogata una legge scellerata che obbligava i Comuni a mettere sul mercato le aziende che gestiscono tutti i servizi pubblici locali, quindi non solo l’acqua, ma è stata anche abrogata una locuzione dell’articolo 154 del Codice dell’Ambiente, la quale prevedeva che fosse remunerato pure il capitale investito dai gestori dell’acqua (gestori anche privati). L’eliminazione di questa locuzione ha dato luogo al problema di comprendere come si debba calcolare la bolletta idrica una volta che è stata espunta dagli elementi costitutivi della bolletta idrica, ovvero anche l’adeguata remunerazione del capitale investito>>.

Il Nuovo Metodo Tariffario indetto dall’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas è stato lesivo del volere referendario?

<<L’autorità per l’energia elettrica ed il Gas, che ha dovuto regolare anche il servizio idrico integrato, è un organo che ragiona in termini economici e quindi di mercato concorrenziale. Il sistema tariffario del full cost recovery, cioè del recupero integrale dei costi attraverso la tariffa, resta comunque sanzionato nella legge, per cui la bolletta, secondo l’articolo 154, rappresenta il corrispettivo del servizio e deve coprire l’integralità dei costi. È stata eliminata la voce dell’adeguata remunerazione del capitale investito, cioè oltre il profitto anche il servizio del debito, ma dell’investimento del capitale si deve recuperare il costo che determina il rapporto con il settore bancario, quindi l’authority ha fatto il seguente ragionamento. Visto che non c’è più l’adeguata remunerazione del capitale investito, bisogna trovare un’altra via affinché il gestore possa lo stesso calcolare nella bolletta il costo per il servizio del debito>>.

L’Amministrazione Comunale di Napoli sta attuando la trasformazione di ARIN in ABC, per arrivare ad un’azienda di diritto pubblico. In cosa gli utenti potranno percepire questo modellamento?

<<ARIN (Azienda Risorse Idriche Napoletana) era una società per azioni, il cui cambiamento, di natura giuridica, verso un’azienda speciale è un valore innanzitutto simbolico, perché è un atto in controtendenza rispetto al processo innescatosi nel nostro Paese dal 1990 ad oggi: sempre andati dal pubblico al privato. In questo processo opposto c’è un controllo più diretto della popolazione su tali aziende speciali, perché sono pubbliche e territorialmente determinate, mentre in altri casi possono riconoscerci delle mega aziende create dai processi di privatizzazione, che diventano realtà molto spesso più forti del Comune e così il cittadino diventa consumatore/cliente che non ha più alcun potere di indirizzo, di controllo e di tutela, non in via giurisdizionale, ma politico/amministrativa delle proprie risorse>>.

Storicamente l’acqua è mai stata perno inequivocabile di diritto collettivo? Cosa vuol dire per la comunità di un territorio poter gestire le proprie risorse idriche?

<<Il diritto all’acqua è un diritto universale, soprattutto nella misura in cui l’acqua è una risorsa scarsa a livello mondiale. Bisogna evitare di lasciare il dubbio che l’utilizzo della locuzione di diritto collettivo possa essere declinato in maniera leghista, ovvero pensare che se io vivo in una regione con molta acqua allora è mia e non degli abitanti di regioni che hanno problemi di scarsità. Sull’acqua si devono applicare tutte le valutazioni di carattere solidaristico, affinché possa arrivare a tutti>>.

Cosa può comportare non essere dotati di diritto pubblico nel proprio servizio idrico? In passato quali sono stati i punti critici della gestione acqua da parte dei privati?

<<Le multi-utility in Italia stanno acquisendo una dimensione regionale, se non addirittura sovra-regionale (la 2A che opera in Lombardia, gestendo poi anche in Sicilia e l’inceneritore di Acerra in Campania; l’ACEA di Roma con egemonia in Lazio ed in parte della Toscana; l’ERA di Bologna, con il controllo su buona parte dell’Emilia Romagna). Ci sono difficoltà per un Comune quando si deve scontrare con una società che ha un potere molto più forte e quindi non può imporre regole di funzionamento utili alla tutela dell’interesse pubblico per la propria collettività. Non parliamo poi quando c’è un rapporto tra piccolo-medio, ma anche grande Comune con una multinazionale: a quel punto i rapporti di forza sono falsati>>.

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