Veolia, la spazzatura di Londra ed i diritti umani in Palestina

Lorenzo Giroffi

Inevitabilmente le campagne di boicottaggio verso colossi aziendali, per i possessori di concretezza, si portano dietro sempre un peso d’inconsistenza, fatto di poca lucidità, troppi ideali e mancanza di consapevolezza degli interessi da smuovere. È impossibile elencare tutti gli affari che la francese Veolia compie in giro per il mondo (opera in 77 Paesi), con un giro largo di tutto quello che è il servizio pubblico, lì dove il privato può metterci le mani: servizi idrici, trasporti pubblici e gestione dei rifiuti.

Non è un periodo felice per questa multinazionale tutto fare, che economicamente ha dovuto fare i conti con un collasso, frutto di sanzioni e di ammanchi di alcune filiali statunitensi. In particolare per Veolia il Regno Unito  in questi ultimi anni, dopo essere stato terreno di conquista e di diversificazioni d’affari (per le varie sfere in cui opera), non è stato proprio un campo agevole: è stata inseguita eticamente già a seguito dell’ustione di un proprio lavoratore all’interno di un impianto presente a Deptford (nel sud di Londra); ha dovuto svendere tre aziende idriche per crisi economica; si è vista contro una campagna mediatica che ha visto coinvolti anche esponenti di spicco delle Nazioni Unite.

Perché liberi cittadini di Londra ad un certo punto hanno trovato la forza di unirsi e di opporsi a Veolia?

Ritornando all’incipit iniziale, le campagne di boicottaggio per essere efficaci devono dotarsi di strumenti di comprensione per la comunità che abita il territorio. First Line Press nei mesi scorsi ha seguito alcune delle manifestazioni di questa campagna, svoltesi dinanzi le municipalità di Londra. Qui vi abbiamo già scritto dei motivi per i quali il comitato londinese si oppone agli affari di Veolia nella propria città, che sono legati alle violazioni dei diritti umani che questa compie verso il popolo palestinese, prevedendo, in società con il consorzio Citypass, una linea di metropolita leggera, Gerusalemme Light Rail Transit, che collegherà Gerusalemme con gli insediamenti in Cisgiordania, attraversando territori palestinesi, ma senza che i suoi abitanti possano usufruire di questo servizio, o la discarica, sempre gestita da Veolia, poco rispettosa della salute dei palestinesi nei territori occupati a Tovlan, od ancora le linee di autobus, sempre legate a questa compagnia, che circolano negli insediamenti israeliani.

Come ha fatto ad incidere una causa così lontana da Londra?

Se si presta attenzione agli angoli delle strade di Londra, nella sua parte nord, oltre i marciapiedi, le luci dei pub, l’odore della pioggia ed i mille suoni di lingue differenti, si possono facilmente vedere raccoglitori di spazzatura, inservienti o camionette con la scritta Veolia ed i suoi loghi. Il legame insomma è ben visibile e proprio nelle municipalità di Londra Nord Veolia aveva in sospeso, pronto per essere siglato, un contratto utile ad ottenere i servizi ambientali e di produzione di combustibile con la North London Waste Authority, che per l’appunto comprende lo smaltimento rifiuti per Enfield, Barnet, Hackney, Camden, Islington, Waltham Forest e Haringhey. Il contratto avrebbe permesso tale gestione per trentacinque anni, con il completo affidamento dell’impianto di gestione dei rifiuti di Pinkham, a New Southgate, che avrebbe voluto dire l’incasso per Veolia di 4,7 milioni di sterline.

Cosa si è messo di mezzo quest’affare? 

Per il movimento di boicottaggio è stato complicato arrivare a coinvolgere una parte consistente della popolazione di Londra spingendo solo sulla sensibilizzazione per la causa palestinese, è stato sicuramente più avvolgente quando ha allargato il proprio focus sulle metodologie di lavoro che Veolia attua nella capitale inglese, rendendo un’opera di informazione su tutto quello che concerne il lavoro dell’azienda. Nella video–intervista a due dei maggiori attivisti londinesi,  Yael Kahn, con alle spalle una lunga storia di campagne a favore dei diritti umani in Palestina, e Rob Langlands, ingegnere che per anni ha lavorato nel settore dello smaltimento dei rifiuti, si rende chiara la natura di un progetto che ha dovuto ramificare i propri obiettivi.              Il contratto con Veolia non sarebbe stato solo poco etico, ma anche dannoso per la stessa Londra, visto il modo in cui opera la compagnia. Molti i comitati cittadini in opposizione ad opere di combustione dei rifiuti. Così Rob Langlands: “Bruciare energia per realizzare energia elettrica non è assolutamente salutare, considerando i vantaggi del riciclaggio ed i costi differenti. Dotarsi di alta tecnologia per una buona individuazione dei materiali da riciclare ha un costo elevato solo nella fase iniziale, quando si deve investire, poi dopo è tutto guadagno. Senza voler parlare delle dinamiche ambientali, che a questo punto possono interessare davvero a pochi”.

Veolia è un’azienda che sull’immagine punta molto. I presidi dinanzi gli uffici delle municipalità di Londra; i volantini esplicativi sui crimini di guerra; le parole del relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi, Richard Falk, che dichiarò come l’azienda francese è complice di violazioni del diritto internazionale, a proposito del sistema di trasporti progettati, che viola il diritto internazionale umanitario e la quarta Convenzione di Ginevra, articolo 49, per quanto riguarda la protezione delle persone civili in tempo di guerra. Tutto ciò non ha lasciato indifferenti i dirigenti della compagnia francese, che, vedendo sgretolare la propria immagine, con una campagna che da Londra metteva in luce crimini lontani e vicini, hanno preferito tirare via la propria offerta per i contratti con la North London Waste Authority.
Sul finire di Dicembre 2012 le municipalità avrebbero dovuto decidere a chi concedere la gestione dei servizi descritti precedentemente e Veolia indubbiamente era la più accreditata, tra le pretendenti, ad intascarsi i 4,7 miliardi di sterline. Tuttavia il progressivo coinvolgimento di alcuni consiglieri delle municipalità alla campagna di boicottaggio ed una protesta che stava portando sempre di più il nome Veolia ad essere associato a qualcosa di dannoso hanno consigliato un mossa di prevenzione del rifiuto: Veolia si è ritirata dalla trattativa. Così dopo due anni di lotta il movimento di boicottaggio ha potuto esultare, con la consapevolezza che la sensibilizzazione verso tutti i cittadini è stata possibile anche grazie agli interessi per la propria salute, sicuramente più determinanti per l’immaginario comune, rispetto alle nobili cause dei diritti per i palestinesi.

L’attivista Yael Kahn è felice perché oggi qualcuno in più conosce quello che Veolia compie nei territori occupati illegalmente da Israele, anche se la causa palestinese è ancora lontana dagli interessi della politica mondiale: “La gente può riconoscere questa multinazionale comunque come dannosa per la propria comunità. Se l’unico valore che questi colossi conoscono è il profitto, allora le aziende in combutta con i crimini di guerra israeliani soffriranno molto per una pena finanziaria”.

In effetti il profitto cercato è realmente sfumato, affinché si possa riconsiderare una gestione di rifiuti più sana, visto che per ora ancora non si conosce chi brucerà rifiuti, ma in fiamme sono già andati i 4,7 miliardi di sterline previste per Veolia.

Bookmark the permalink.