Viaggio nell’Interporto di Bologna

DOSSIER LOGISTICA E COOPERATIVE /1 – L’Interporto Bologna, regno della logistica italiana e fortezza dei diritti conquistati da un nuovo soggetto lavorativo

 

Caporalato: non è solo affare di campagne e sud Italia.

Il settore della logistica, sempre più fondamentale nel capitalismo decentralizzato, ha vissuto e vive pezzi di sfruttamento. Abusi che cozzano con i contratti nazionali e con i diritti del lavoro. La resistenza a tutto ciò trova un posto simbolo nell’Interporto di Bologna, assemblaggio di magazzini e rotaie per trasporto merci. Un luogo che è snodo per tante aziende che imballano e preparano le ramificazioni di merci di ogni genere. Entrando in questo immenso e grigio posto si leggono le insegne delle più grandi compagnie italiane ed internazionali: ARTONI; SDA; DHL; TNT; BARTOLINI; FERCAM.

In questi enormi magazzini, al cui esterno si alternano container e grossi tir, lavorano centinaia di operai che preparano consegne, gestendo il commercio su gomme e rotaie.

Lo sfruttamento da queste parti si traduce anche nel risveglio delle coscienze dei lavoratori, dunque rischiare un vero e proprio blocco, dato che questo settore riguarda la mobilità di merci che necessitano di un trasporto a volte celere per deperimento, altre per date strette di viaggi. Dunque se i lavoratori della logistica scioperano, si spezza un anello fondamentale della catena economica contemporanea.

interporto bologna lotta dei facchini

Karim, tra i protagonisti delle lotte dei facchini

Percorro l’Interporto di Bologna in compagnia di Karim Baklou, facchino di una delle aziende che opera qui. Lui è stato protagonista della lotta che, partita dal 2008, ha portato ad un grosso riscatto in termini contrattuali e di dignità. Forse un paradosso nel famoso tempo della crisi, in cui sindacati, aziende e governi si accordano sempre più per abbassare le garanzie per i lavoratori. Tuttavia una felice controtendenza. Karim mi mostra i singoli magazzini e per ognuno ci sono storie di abusi che tiene nei suoi ricordi, affinché non si torni più indietro. Le violenze viaggiavano su binari multipli: fisici, psicologici, lavorativi.

«I capi settore utilizzavano anche i bastoni per costringere a ritmi più serrati e minacciare. Le buste paga non erano veritiere e molte volte non rispettavano l’orario effettivo. Si era costretti a lavorare ventiquattro ore su ventiquattro. Molti dormivano nei camion. Prima del 2008 c’erano anche molti lavoratori in nero, ai quali era riservato solo cibo».

Karim mi racconta della lotta, ma anche della sua terra, il Marocco, perché i lavoratori dei magazzini in quest’Interporto al 90% provengono dal Nord Africa: Marocco Tunisia ed Egitto, ma anche Pakistan e Bangladesh. Migranti e sfruttamento lavorativo vanno di pari passo per Karim. Un criterio per le assunzioni è stato sicuramente inglobare personale non in grado di decifrare i diritti da reclamare.

«Agli operai non è stato mai garantito un corso d’italiano e ciò ha sicuramente costretto le persone straniere all’isolamento. Non si dispone della dimestichezza necessaria con leggi e lingue locali».

Il contratto nazionale prevede otto ore di lavoro, poi il singolo lavoratore può decidere o meno se andare oltre il proprio turno e fare gli straordinari. Qui all’Interporto, e non solo, in molti magazzini facevano lavorare fino a diciotto ore. Altra opzione di sfruttamento era quella che se dopo tre ore di lavoro la merce era terminata si rispedivano i lavoratori a casa, per poi richiamarli se eventualmente fosse subentrato un nuovo carico, chiedendo in tale maniera una disponibilità di ventiquattro ore su ventiquattro. Ritornando ai postulati del contratto, questo non è a chiamata, ma si tratta di fissi, quindi inerenti solo ai turni di lavoro e non a disponibilità, altrimenti il salario sarebbe diverso. Invece, nonostante il contratto nazionale, i facchini lavoravano anche il sabato e la domenica, senza alcun supplemento nella busta paga. Quando c’era una maggiorazione dello stipendio non era reale rispetto alle ore lavorative in più, ma si utilizzavano escamotage utili ad aggirare i controlli di Guardia di Finanza ed Ispettorato al Lavoro. Sulla busta paga venivano inserite voci non di straordinario, ma di “trasferta Italia” o “mensa”. Questo per i più fortunati, ma, mediamente, tutti gli straordinari semplicemente non erano pagati.  Non si trattava solo di umiliazione da salario. Alla SDA sono state realizzate riprese nascoste che ritraevano il capo settore, con un bastone tra le mani, che minacciava i lavoratori: insulti e maltrattamenti erano routine. Una violenza che non trovava ripari nelle voci sindacali.

«All’Ispettorato del Lavoro non ci rispondevano, mentre le più grosse sigle sindacali ci consigliavano di custodire un lavoro che comunque ci garantiva anche cinquecento euro mensili. Noi però uniti iniziammo ad organizzarci in sciopero, bloccando la merce, piazzandoci sui binari, fermando i mezzi, facendo danni per molte migliaia di euro. Compatti poi abbiamo continuato a richiedere i nostri diritti, a volere il rispetto del contratto nazionale. Siamo riusciti a far sì che i capi logisti, colpevoli di abusi, venissero cacciati e ad oggi tutti i magazzini rispettano il contratto nazionale: dalla Fercam alla Dhl. Dal 2008 al 2013 siamo riusciti a conquistare i nostri diritti e soprattutto la nostra dignità».

L’Interporto si riempie della notte che cala e dei lampioni che tengono viva la nebbia. Karim ripensa al suo Marocco ed agli inganni subiti da tanti suoi connazionali, arrivati qui speranzosi. Mi parla del fratello e del suo tentativo di non farlo partire per l’Italia, anche se conscio che le sirene attrattive del sogno lavorativo sono troppo suadenti.

«Più volte gli ho spiegato di lasciar stare, perché qui la crisi è profonda e le proposte che arrivano nel nostro Paese per far lavorare in Italia sono fasulle. In Marocco girano molti contratti lavorativi italiani. Naturalmente sono a pagamento e le persone son disposte a sborsare anche diecimila euro per un contratto di lavoro, visto che vengono garantiti 1200 euro mensili, con tredicesima e quattordicesima. Facendo due conti, sono tutti abbagliati dalla possibilità di ripagare il debito in 3-4 anni e poi iniziare a guadagnare. Nella realtà dei fatti poi non è così e ci si ritrova incastrati in una realtà da sfruttati. Questa dinamica fa comodo a questo settore, che vuole assoldare sempre più persone poco esperte di leggi e soprattutto estranee al tessuto sociale italiano, perché più deboli».

interporto bologna lotta dei facchini

La lotta dei facchini vista da Hobo

La logistica ha il proprio vertice nelle cooperative, che si diramano dalla grossa compagnia fino alle piccole società che hanno ricevuto le concessioni. Così i lavoratori, in questo caso i facchini, si ritrovano a trattare materiale di un grosso marchio, come ad esempio Ikea, ma nella sostanza sono dipendenti di società appaltanti che gestiscono la logistica. Ciò vuol dire una centrifugazione dei referenti. Se manca lo stipendio o se la busta paga è errata, a chi rivolgersi? Alla casa madre o alla società appaltante? Questo grosso limbo crea le famose scatole cinesi, che incastrano molti diritti degli operatori in questo settore. Inoltre i sindacati giocano al ribasso ed il contratto nazionale vale sempre meno, perché non più utilizzato come faro per molte assunzioni. Infatti molti lavoratori sono costretti a firmare accordi lontani dai diktat del contratto di riferimento: appalti, subappalti, contratti, subcontratti.

L’Interporto di Bologna è però un bel controcanto a tutto ciò, perché, con la spinta di questo nuovo soggetto lavorativo (migranti qualificati e consapevoli dei propri diritti-doveri), si sono trovati gli strumenti per aggregare ed esigere le più naturali legittimazioni di dignità.

 

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