Violenza sulle donne: non è solo un film

678 un numero per mettere in immagini violenze incastrate in contesti sociali e modalità differenti, ma con un fattore comune: le donne. Un film efficace, che rispetta quanto chiunque voglia comunicare persegue: etica ed estetica. Un film il cui svolgimento deve imbattersi con il rischio di un taglio netto su un tipo di società.

Siamo in Egitto, che può essere una zolla su cui potersi fermare e guardare ai corpi, le menti ed i desideri femminili, per osservarne la pressione. Non è certo un modo per affermare quanto in un posto, rispetto ad un altro, la condizione femminile vessi in situazioni particolarmente stressanti, ma è una maniera per capire cosa subisce la donna in un contesto e poterne poi ricavare una lettura più universale.

Il regista del film, Tamer Hosny, ha dovuto fare i conti con il boicottaggio di una parte della società egiziana, come il musicista della colonna sonora che la produzione aveva scelto, perché a suo dire il prodotto finale denuncia una società in maniera eccessiva rispetto alla realtà. Naturalmente la paura è inerente ad uno stereotipo ed un accanimento verso un Paese. Tuttavia la forza per sconfiggere gli stereotipi risiede proprio in una profonda analisi, più che uno spirito di protezione del proprio orto.

678 parla di donne presenti in Egitto, in quel tipo di società, ma anche abitanti del mondo, quindi è un’occasione, perché le violenze sulle donne non sono episodi da denunciare con facili isterismi o da cronaca nera improvvisa. La violenza sulle donne è quotidiana, è nella testa di tutti, perché legittimata da anni di finte battaglie e poca sopportazione per un’emancipazione che ha nella sua stessa parola un triste paradosso: emancipazione perché? Da cosa? Quando ci si muove nella sfera dei diritti non si deve dar per scontato la presenza uguale ai nastri di partenza. Bisogna parlare ogni giorno degli approcci verso la donna, perché il femminicidio non è cronaca, ma fenomeno culturale.

Delle donne in Egitto ne abbiamo scritto, a seguito di una nostra presenza nelle manifestazioni, ma questo film propone una chiave ancora più importante e profonda. Come una donna in un rapporto matrimoniale debba essere roccia, per riferimenti da dare ai figli ed a tutto il sistema famiglia, ma anche vittima dei desideri coniugali non corrisposti. Violenza su chi prova ad emanciparsi, violenza su chi viene ripudiata perché ha subito violenza.

Tre storie, tre donne diverse, tre uomini colpevoli, tre domande: sei mai stata molestata sessualmente? Quante volte hai subìto violenze? Come hai reagito? La pesantezza di prendere un pullman, di avvertire le ombre per strada, di essere vittima di stupro allo stadio ed essere respinta da chi dovrebbe darti sostegno. I limiti legali, le indagini della polizia sulle piste di una donna od una banda che reagisce alle molestie colpendo nelle parti intime degli uomini. La stessa polizia che, pur di non portare alla denuncia i casi di molestie sessuali sulle donne, nasconde ogni traccia delle indagini, fino al riscatto di coscienza dei personaggi coinvolti nella vicenda.

La pesantezza di ogni scena dà anche il giusto spazio alle riflessioni degli spettatori. Impossibile non cadere nel coinvolgimento emotivo, per poi però soffermarsi anche su possibili evoluzioni in termini di legge e collaborazione tra tutti i rami della società civile.

Un film che appunto non si ferma alla compassione per una violenza subìta, ma esplora le relazioni tra donne che possono colmare e combattere. Una chiave anche sul punto di vista degli uomini che si sbarazzano del pudore del proprio squallore. Un modo per concedere tempo alla lotta contro ogni forma di violenza: fisica, sociale, culturale ed ereditaria sulle donne.

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