Voci di piazza Tahrir

Andrea Leoni

A due anni passati dall’inizio della Rivoluzione egiziana chi c’è ancora in piazza, come funziona l’organizzazione, gli ultimi casi che l’hanno sconvolta, quali le possibilità e anche qualcosa su questi “black bloc” egiziani.

Se la vedi dall’alto piazza Tahrir sembra poco più di una rotonda, ma ora con tutte le tende di materiale recuperato perlopiù assomiglia più a uno di quegli accampamenti militari, complici i colori. Il Museo egizio che svetta da una parte e il Mogamma (edificio istituzionale) dall’altra e poi l’Università Americana ora trasferita altrove, in una zona più al sicuro. Il suo nome lo deve alla precedente Rivoluzione egiziana, quella del 1919, ma quello che ha rappresentato questa piazza lo deve agli avvenimenti del 2011, anno in cui proprio in cui il posto fu da epicentro di un cambiamento riuscendo ad accogliere milioni di persone. Ora la piazza è bloccata, blocchi di cemento la tengono lontano dai Palazzi istituzionali, dalla sede dall’Ambasciata statunitense fondamentalmente. Quando questi blocchi voluti per isolarli dal ministero degli Interni sono assenti, gli attivisti hanno posto alcune barriere legate tra loro da filo spinato, formando un mini posto di blocco dove tre ragazzi si alternano 24 ore su 24 per prevenire attacchi da polizia che tenta di sgomberarli o da nemici politici. 

Chi è rimasto dentro la piazza nelle tende si dice che siano perlopiù la gente di strada, i poveri e chi ha perso il lavoro (con il calo del turismo soprattutto). Si è vero, ma a piazza Tahrir ci sono anche avvocati, dottori, manager e ne ho incontrato uno che mi spiega come la piazza venga “screditata dai media che vogliono farla diventare una fogna. Vogliono che quella piazza che è stata il luogo simbolo delle proteste imploda da sola e che così si screditi anche la stessa Rivoluzione. In piazza ci sono tutti, dai bambini di strada alle donne e non solo derelitti della società come dicono i media e i Fratelli Musulmani. Gli stupri alle donne, i rapimenti di persone, i furti sono scientemente pensati a tavolino e i criminali vengono pagati per commettere questi reati qui. Noi lo sappiamo e per questo ci difendiamo”. Difendersi significa farlo con tutti i metodi e non è un segreto, qui si trovano molotov (in un posto segreto che conoscono in pochi) ma anche bombe artigianali, coltelli, bastoni ma anche pistole perlopiù fabbricate fai-da-te.

Alle 6 di mattina un allarme che viene suonato con un bastone su un tubo di ferro sveglia a tutti i ragazzi delle tende, alcuni sono già fuori, dietro il filo spinato che urlano per organizzarsi tra di loro e con un lungo coltello bene in vista. Ci si ripara alla meglio dalla polizia, uno dei più gagliardi è un vecchietto con frecce di ferro e arco al seguito. Alla sicurezza fanno parte tutti i ragazzi della piazza che ci vivono, che oltre ad alternarsi nei cambi di guardia riescono anche a rispondere agli attacchi e a tenere sicura la piazza. Mi spiega un certo Mohamed: “Noi siamo armati perché i nostri nemici ci vogliono uccidere. Nelle manifestazioni ci hanno sparato, si infiltravano tra i manifestanti e sparavano ai ragazzi che erano nelle prime linee a combattere: molti martiri sono stati assassinati con un colpo di proiettile sparatogli alle spalle e non dalla polizia che era davanti. Ma anche ora noi abbiamo subito numerosi attacchi, solo questa settimana la polizia ha provato a farci andare via per tre volte e noi siamo andati in massa e abbiamo fatto vedere cosa abbiamo e che siamo disposti a combattere, i membri della divisione speciale della polizia sono scappati”. Le pistole non vengono da chissà dove, sono fabbricate manualmente: “Noi siamo in grado di costruirci le nostre armi. Ovviamente non abbiamo come loro tutta la disponibilità economica sia per comprarle che dove comprarle e quindi le costruiamo. Molti di noi sanno come si possono fare, ma hai solo un tiro in canna”. Le hanno utilizzate, ma solo per spaventare persone che venivano per destabilizzare l’area.

Il servizio d’ordine della piazza è riuscito a respingere oltre che gli attacchi dei nemici politici e la polizia anche a tenere sicura l’area. Con l’escalation degli stupri a piazza Tahrir e dei furti la sicurezza si è organizzata molto meglio e oltre a creare un vero e proprio servizio di bodyguard che facesse da scorta per le donne, occhi sempre svegli ti osservano in qualsiasi posizione tu sia. Così capita spesso che un gruppo di persone porti dentro una tenda ad un destabilizzatore di turno e lo faccia parlare, per sapere chi c’è dietro. Non sono però “i black bloc a tenere buona la piazza. O meglio, magari ci sono anche loro” mi spiega Islam.

Il fenomeno black bloc è arrivato anche qui a quanto pare ma in modi e maniere diverse. In Europa i famosi incappucciati sono chiamati i ragazzi antagonisti che si scontrano nelle prime linee contro la polizia. Qui invece sono nati con una cerimonia (con tanto di preghiera) molto altisonante ma erano appena una ventina e poi l’idea si è diffusa grazie a facebook e al marchio di stile europeo, le bancarelle che stazionavano nei pressi della piazza hanno iniziato a vendere anche passamontagna, le tante voci che si susseguivano (sono pagati da Morsi per destabilizzare, sono quelli del vecchio partito di Mubarak, sono criminali,…) e il gioco è fatto. Ma perlopiù il fenomeno è mediatico: i black bloc durante gli scontri fungono non di più che da vero e proprio servizio d’ordine, a uno di loro riesco a strappare poche parole che sono le solite che vengono lanciate come slogan nei loro social network in arabo: “questa è un’idea, e un’idea non può morire. Noi siamo qui per difendere il popolo egiziano” e via dicendo. Niente di anarco-insurrezionalismo come qualcuno ha provato a blaterare, niente di tante altre fantasie che girano, qui “tutti possono essere black bloc, compri una maschera ti vesti di nero e il gioco è fatto. Non c’è una vera organizzazione piramidale, è solo un’idea e tutti possono accettare questa sfida: ti vesti di nero e compri una maschera, è una moda. Tutti anche possono creare un profilo facebook, è un gioco da ragazzi, no?! Alla fine tutto il popolo egiziano è black bloc” mi dice un ragazzo della piazza. Sta di fatto che dalla sua formazione, il gruppo ha rivendicato vari attacchi alle sedi dei Fratelli Musulmani e sono loro probabilmente gli autori dell’incendio di una sede di un partito legato a Morsi nelle vie principali del Cairo.

Oltre a loro, in piazza, ci sono molti ragazzini di strada, un ragazzo della piazza mi spiega: “I giovanissimi si sono uniti alle rivolte e hanno partecipato attivamente perché erano d’accordo con noi, si sono interessati sin dall’inizio, perché anche loro subiscono quotidiane ingiustizie, perché si vogliono ribellare a un sistema che li ha relegati in quella miseria ma poi perché difendono loro difendendo noi. Noi gli abbiamo dato una casa, gli abbiamo dato il cibo, una famiglia. Noi siamo la loro famiglia e loro difendono la loro famiglia difendendo noi”. E lo hanno fatto fin troppo, pagandone con tortura e arresti (centinaia di bambini arrestati solo dal 25 gennaio di quest’anno). Dello stesso avviso è un anziano signore che ha una tendina rettangolare nel mezzo della piazza. E’ conosciuto da tutti come il padre dei bambini della rivoluzione: “Finché ci sarà Morsi noi combatteremo, noi vogliamo che lui se ne vada e che finisca questo governo comandato da persone che pensano a fare leggi per loro. I Fratelli Musulmani stanno facendo le leggi solo per la loro gente. La Rivoluzione non è finita e noi siamo ancora qui per combattere e come abbiamo fatto per Mubarak, faremo con Morsi”. “A tutte queste ingiustizie, il divario sempre più enorme tra ricchi e poveri chi è che ne deve rispondere? Guardate quanti migliaia di bambini in che condizioni sono costretti a vivere”. Lui come tanti altri mi dice che non si sente rappresentato da nessuno dell’opposizione.

Difatti è un po’ un sentimento comune qui in piazza, la gente le boicotta le elezioni, ma prima che un capo di turno come El Baradei invitasse a farlo. I leader qui non sono troppo ben visti, “tanto che ogni volta che vengono e semmai si ricordano di farlo, vengono con decine di persone che lo tengono lontano dalla gente. E come può parlarci con noi?” mi dice una giovane ragazza. Ma ci sono gli stessi attivisti dello stesso partito (Fronte di Salvezza Nazionale) di El Baradei in piazza, ma sono lì non in veste ufficiale perché riconoscono “come il partito sia molto lontano dalle esigenze della gente” mi spiega Mohammed.

La prima volta che vedi la piazza, ti sembra che la Rivoluzione sia andata allo sfacelo, che sia finita in mano a qualche movimentino o a qualche ragazzo di strada, ai nasseriani sempre presenti con le loro tende in prima fila. Sembra che sia ridotta ad una partita di calcio tra giovani che giocano a piedi scalzi e bambini che danno noia. Poi però vedi che dentro quelle tende c’è chi fabbrica maschere antigas con lattine, carbone e cotone e chi le protezioni con i tubi plastica, come per dire che noi saremo qui in attesa che la marea monti di nuovo …

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